Il lavoro come identità sociale
Per gran parte del Novecento, il lavoro ha rappresentato non solo una fonte di reddito, ma anche un elemento importante dell’identità personale e dell’appartenenza sociale. Nel modello fordista, legato alla produzione di massa, il posto stabile e una carriera spesso svolta nella stessa azienda potevano favorire continuità, sicurezza e legami tra colleghi.
Flessibilità e precarietà
Il cambiamento tecnologico e la globalizzazione hanno contribuito a trasformare l’organizzazione del lavoro. La meccanizzazione introduce macchine nei processi produttivi; l’automazione affida a computer e robot alcune mansioni ripetitive. In un mercato che richiede alle imprese di adattarsi, si diffondono forme di flessibilità, come contratti a termine e part-time. Quando questa flessibilità si accompagna a insicurezza persistente, si parla di precarietà.
- La precarietà può rendere più difficile pianificare il futuro e mantenere continuità professionale.
- La competizione può indebolire la solidarietà tra colleghi e accrescere stress e ansia.
Identità e conseguenze
Richard Sennett descrive come corrosione del carattere la difficoltà di costruire una narrazione coerente della propria vita lavorativa in assenza di prospettive durature. Luciano Gallino mette a fuoco il costo umano della flessibilità e i suoi effetti sulla possibilità di progettare il futuro. Il burnout, cioè l’esaurimento emotivo e fisico legato al lavoro, è presentato nella fonte come uno dei rischi psicosociali associati a queste trasformazioni.