Mastro-don Gesualdo di Giovanni Verga racconta l’ascesa sociale di un uomo partito da origini umili e ossessionato dalla “roba”, cioè dal possesso materiale. La sua vita è spesa nell’accumulare ricchezze per entrare nel mondo dei nobili, ma questo obiettivo si rivela un fallimento: Gesualdo muore nel palazzo della figlia Isabella e del genero duca di Leyra, luogo che non è di vera appartenenza ma una prigione sociale.
Punti chiave
- Il suo declino è insieme biologico, sociale e psicologico: il corpo si spegne, l’integrazione tra i nobili non avviene e l’angoscia impedisce perfino di godere dei beni accumulati.
- Attorno al letto ci sono persone, ma nessun affetto autentico: i medici lo trattano come un caso clinico, la servitù lo guarda con freddezza, la famiglia non gli offre consolazione.
- Gesualdo diventa così un esempio dei vinti rappresentati da Verga, escluso dai nobili, dai contadini e dagli affetti familiari.
Da ricordare
Verga rende questa tragedia con l’eclissi del narratore, il discorso indiretto libero, il linguaggio misto e la reificazione del corpo, mostrando che il tentativo di elevarsi socialmente può produrre alienazione e solitudine.